Stanca di aspettare, mi sono posizionata sul mare, nella direzione della mia linea d’orizzonte celeste.

Stanca di aspettare, ho cercato compagnia per poter condividere il tempo dell’attesa e sopportarne i suoi inganni.

Mi destabilizza l’idea che, pur trovandoci assieme in questa magica coesistenza spazio temporale, non è affatto scontato il nostro comune sentire.

Viaggiamo con velocità diverse e spesso non abbiamo nemmeno un comune orizzonte: non me ne ero mai accorta.

Abbiamo tutti bisogno di lasciare alla nostre spalle il trambusto che ci ha forgiato nel vento e nelle tempeste di sabbia.

E’ quello che decidiamo di guardare che ci rende così diversi e spesso così lontani.

Tutto questo torpore, della mente e del corpo, rende vano ogni tentativo di comunicazione con chi viaggia accanto a me.

Le mie sinapsi sono sprovviste di corrente: non riesco più a creare connessioni verbali.

Mi muovo dentro questo mio immenso mare che risolve sempre ogni mio turbamento e non cerco soluzioni.

Vado avanti ponendomi soltanto poetiche e colorate domande, alle quali so bene che solo il tempo darà qualche risposta.

Sono dentro e fuori dalla mia sfera, ultima linea di demarcazione tra me e chi non si è ancora avvicinato.

Sono dentro: sono al sicuro, nulla mi potrà accadere in questo tempo che ho cristallizzato.

Sono fuori: che sconforto sentire sulla mia pelle che non accade nulla nemmeno quando penso di essermi esposta.

Vado avanti provando a cancellare le zavorre delle mie aspettative: oggi mi occupo soltanto di me.

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