Lo sguardo interiore ci viene dato in dote alla nascita, ma, il più delle volte, lo perdiamo lungo il cammino.

Lo sguardo interiore, meraviglioso strumento di pace, funziona solo nel silenzio.

C’è bisogno di disciplina per mettere a fuoco tutto quello che, vorticosamente, mi gira attorno: nulla accade se mi affido al caso.

Mi stendo sul prato, ascolto la mia musica e chiudo gli occhi.

Il corpo mi ringrazia e la mente, finalmente, riposa.

Resto in ascolto e il vento mi accarezza con costanza e senza indugi.

La mia pelle diventa, in quel momento, il confine tra il dicibile e l’indicibile.

Ho bisogno di ritrovarmi: mi perdo troppe volte e troppe volte resto in balia della furia dei tempi.

Per fortuna ho scoperto il mio sguardo interiore: salvifico momento di riconciliazione con la vita.

Mi fermo, e nulla sembra andare oltre il confine che io ho stabilito.

Non mi arrendo all’idea di questa costante bufera che mi tiene prigioniera.

Un proverbio indiano dice: non arrenderti, rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo.

Io sono un animale da combattimento: ho la fierezza e la perseveranza dalla mia parte.

Non cerco il miracolo che venga a salvarmi.

Cerco il mio ritmo interiore che mi guidi nella danza della mia vita.

Chiudo gli occhi, guardo dentro di me e, solo allora, trovo gran parte di quell’amore che con gli occhi aperti mi è mancato.

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